Androidiani.net - Forum

Androidiani.net è la community italiana sul mondo Android. Questo è il forum ufficiale basato su NodeBB e federato con ActivityPub: il punto da cui riparte la community più grande d'Italia su Android, che fa parte del Fediverso


  • 0 Votazioni
    1 Post
    0 Visualizzazioni
    blog@spcnet.itB
    Chi amministra Microsoft Entra ID conosce bene il problema dei “gruppi nidificati”: per anni non è stato possibile costruire un gruppo dinamico che includesse automaticamente i membri di un altro gruppo. La regola preview memberOf, introdotta proprio per colmare questa lacuna, sta però per essere ritirata. Dal 3 novembre 2026 tutte le configurazioni che la usano smetteranno di aggiornarsi, restando congelate all’ultimo stato elaborato correttamente. Se gestite gruppi dinamici, unità amministrative dinamiche o policy di entitlement management basate su memberOf, è il momento di pianificare la migrazione.Cos’è (stato) l’operatore memberOfIn anteprima pubblica, memberOf ha permesso di creare gruppi a membership dinamica popolati a partire dall’appartenenza ad altri gruppi, di sicurezza, Microsoft 365 o sincronizzati da Active Directory on-premises. La regola si scriveva nella sintassi avanzata del rule editor, non essendo mai stata supportata dal rule builder grafico:// Regola per un gruppo dinamico di utenti user.memberof -any (group.objectId -in ['<groupObjectId>']) // Regola per un gruppo dinamico di device device.memberof -any (group.objectId -in ['<groupObjectId>']) // Più gruppi sorgente contemporaneamente user.memberof -any (group.objectId -in ['<groupObjectId1>', '<groupObjectId2>'])Era possibile usarla per gruppi dinamici veri e propri, per unità amministrative dinamiche e per policy di auto-assignment in Entra ID Governance, con limiti già stringenti in preview: 500 gruppi memberOf per tenant, massimo 50 gruppi sorgente per regola, nessuna combinazione con altri operatori o con altre regole memberOf annidate.Perché Microsoft la ritiraDurante la preview, Microsoft ha osservato che l’uso di memberOf può rallentare l’elaborazione della membership dinamica per tutti i gruppi del tenant, non solo per quelli che la utilizzano: un singolo gruppo configurato con questo operatore può introdurre ritardi di elaborazione a livello di tenant. Per questo motivo Microsoft ha deciso di ritirare l’operatore dalla preview, pur riconoscendo la validità dello scenario d’uso, e sta sviluppando una soluzione alternativa più scalabile, senza però fornire ancora una data di disponibilità.Cosa succede dopo il 3 novembre 2026Le configurazioni che usano ancora memberOf non genereranno errori visibili: semplicemente smetteranno di aggiungere o rimuovere membri quando cambia l’appartenenza ai gruppi sorgente, restando congelate all’ultimo stato noto. È un comportamento subdolo perché non c’è un evento di rottura evidente, solo un progressivo disallineamento tra la realtà organizzativa e ciò che Entra ID applica. Gli effetti possono includere:Accessi Teams e SharePoint non più aggiornati per utenti entrati o usciti da un gruppo sorgenteTargeting delle policy di Conditional Access basato su appartenenze obsoleteLicenze assegnate tramite group-based licensing non più coerenti con l’organico realeAmbiti amministrativi (administrative unit) che non riflettono più la struttura correnteAssegnazioni di access package in Entra ID Governance bloccate sullo stato congelatoCome prepararsi: audit prima della deadlineIl primo passo è mappare ogni configurazione che dipende da memberOf. Per i gruppi dinamici, si può esportare l’elenco dall’Entra admin center oppure interrogare Microsoft Graph PowerShell cercando la stringa nella proprietà MembershipRule:Connect-MgGraph -Scopes "Group.Read.All" Get-MgGroup -All -Filter "groupTypes/any(c:c eq 'DynamicMembership')" ` -Property Id, DisplayName, MembershipRule | Where-Object { $_.MembershipRule -match 'memberof' } | Select-Object Id, DisplayName, MembershipRulePer le unità amministrative dinamiche e le policy di auto-assignment dell’entitlement management non esiste (ancora) un filtro diretto lato server sulla regola: occorre enumerare gli oggetti e verificare la proprietà della regola dinamica, ad esempio:# Unità amministrative dinamiche Get-MgDirectoryAdministrativeUnit -All -Property Id, DisplayName, MembershipRule | Where-Object { $_.MembershipRule -match 'memberof' } # Policy di auto-assignment (Entitlement Management) Get-MgEntitlementManagementAccessPackageAssignmentPolicy -All | Where-Object { $_.AutomaticRequestSettings.RequestAccessForAllowedTargets -ne $null }Per le policy di entitlement management è comunque consigliabile incrociare l’output con la revisione manuale in Entra ID Governance, dato che la struttura della regola può variare a seconda di come è stata configurata.Strategie di migrazioneUna volta identificate le configurazioni a rischio, Microsoft indica due strade principali:Sostituire la regola con operatori dinamici supportati (ad esempio basati su attributi utente o dispositivo), quando esiste un equivalente funzionaleConvertire a membership assegnata quando non è possibile replicare la logica di nesting con le regole standard, accettando la gestione manuale o tramite automazione esterna (es. script PowerShell schedulati o Logic App)In entrambi i casi, prima di considerare chiusa la migrazione bisogna validare concretamente: verificare che la membership finale del gruppo coincida con quella attesa, controllare che le assegnazioni di licenza, gli scope di Conditional Access e i pacchetti di accesso continuino a comportarsi correttamente, ed eliminare le configurazioni ormai inutilizzate invece di lasciarle come debito tecnico silente.ConclusioneIl ritiro di memberOf è un promemoria di un principio più generale nel cloud amministrato: le funzionalità in preview non vanno mai considerate stabili in produzione, per quanto risolvano un problema reale. Con circa tre mesi di margine dalla data di scrittura di questo articolo al 3 novembre 2026, il momento giusto per l’audit è ora, prima che il “congelamento” silenzioso della membership diventi un problema di accesso scoperto in produzione da un utente che segnala di aver perso l’accesso a un canale Teams.Fonte: Microsoft Learn – Configure dynamic membership groups with the memberOf operator, con approfondimenti da 4sysops e Petri IT Knowledgebase.
  • 0 Votazioni
    1 Post
    0 Visualizzazioni
    blog@spcnet.itB
    Un malware che usa il calendario di Outlook come dead-dropA metà luglio 2026 il team di Threat Intelligence di Group-IB ha pubblicato un’analisi tecnica su HOLLOWGRAPH, un impianto malevolo che ribalta un’assunzione su cui molte architetture di sicurezza si basano ancora: se il traffico esce verso graph.microsoft.com con un token valido, allora è “legittimo”. HOLLOWGRAPH dimostra che non è più così, e lo fa in un modo che vale la pena capire in dettaglio anche per chi non si occupa di threat intelligence, perché le tecniche di evasione che usa (abuso di API cloud fidate, DNS tunneling, cifratura ibrida) sono ormai pattern ricorrenti e replicabili.Il malware è attribuito con alta confidenza al framework di backdoor modulare Cavern, già collegato ad attività di cyberspionaggio riconducibili all’area di influenza iraniana (con sovrapposizioni tecniche, seppur a bassa confidenza, con il gruppo Lyceum). La campagna osservata ha colpito in modo mirato organizzazioni israeliane: 12 sistemi compromessi identificati, di cui solo 3 attivamente in comunicazione con l’attaccante al momento dell’analisi — un profilo operativo selettivo, non opportunistico.Il calendario come canale C2 bidirezionaleL’idea centrale di HOLLOWGRAPH è semplice da spiegare e proprio per questo efficace: invece di contattare un server C2 sotto il controllo dell’attaccante, il malware autentica una mailbox Microsoft 365 compromessa tramite Microsoft Graph API e usa il calendario di quella mailbox come dead-drop bidirezionale.Il malware supporta solo due comandi:get — cerca eventi del calendario con oggetto Event ID: <taskID>, programmati per il 13 maggio 2050 (una data lontana nel futuro, scelta per non comparire mai nella vista “prossimi eventi” del proprietario della mailbox), scarica gli allegati e li decifra con la chiave privata RSA incorporata nel binario.send — cifra i dati da esfiltrare, crea un nuovo evento con la stessa data fittizia, carica i dati come allegati File{n}.txt e rinomina l’oggetto dell’evento con un tag riconoscibile dall’operatore (schema Boss{..}ID{..}).Le chiamate Graph coinvolte sono quelle che qualunque applicazione legittima con permessi calendario userebbe normalmente:GET /users/{mailbox}/calendarView ?startDateTime=2050-05-13T22:00:00 &endDateTime=2050-05-13T23:00:00 &$filter=contains(subject,'Event ID: ') POST /users/{mailbox}/calendar/events POST /users/{mailbox}/events/{event-id}/attachments PATCH /users/{mailbox}/events/{event-id}Non c’è nulla in queste richieste che le distingua sintatticamente da un utente che crea un invito a una riunione. È questo il punto: il traffico malevolo non anomalizza il protocollo, sfrutta la fiducia implicita che i controlli di rete perimetrali attribuiscono al dominio graph.microsoft.com.Cifratura ibrida e rinnovo credenziali via DNS tunnelingOgni payload scambiato tramite il calendario è protetto con uno schema ibrido RSA-OAEP + AES-256-GCM, con due coppie di chiavi RSA distinte per le due direzioni (tasking in ingresso ed esfiltrazione in uscita), così che comandi e dati rubati restino crittograficamente indipendenti l’uno dall’altro anche in caso di compromissione parziale.Il secondo canale, separato, serve a rinnovare le credenziali Microsoft Entra ID (tenant ID, client ID, client secret, indirizzo della mailbox) necessarie per autenticarsi a Graph. Qui HOLLOWGRAPH usa DNS tunneling su record AAAA verso un dominio controllato dall’attaccante (cloudlanecdn[.]comLENGTH query: {random}.{taskID}.{fieldIndex}.p.cloudlanecdn.com DATA query: {random}.{taskID}.{fieldIndex}.{offset}.q.cloudlanecdn.comOgni risposta IPv6 restituita (16 byte) trasporta 14 byte di payload utile; il client ricompone i frammenti, li decodifica come UTF-8 e aggiorna un file di configurazione locale (logAzure.txt) mascherato da comune file di log. L’uso di IPv6/AAAA anziché dei più monitorati record TXT o A è una scelta non casuale: molte pipeline di DNS analytics sono ancora tarate prevalentemente su IPv4.Perché elude i controlli tradizionaliTre fattori rendono HOLLOWGRAPH difficile da individuare con gli strumenti perimetrali classici:Il traffico C2 viaggia interamente su infrastruttura Microsoft fidata (Graph API), quindi non compare in nessuna blocklist di reputazione IP o dominio.Non c’è mai una connessione diretta a un server dell’attaccante per il tasking o l’esfiltrazione: solo il canale di rinnovo credenziali tocca un dominio esterno, e lo fa via DNS, spesso meno ispezionato del traffico HTTPS.Gli eventi di calendario datati 2050 sono progettati per restare invisibili all’utente reale della mailbox, che normalmente non scorre trent’anni avanti nel proprio calendario.Cosa può fare concretamente un team di sicurezzaLe raccomandazioni di Group-IB si traducono in azioni piuttosto precise per chi gestisce ambienti Microsoft 365 / Entra ID:Caccia agli indicatori noti. Bloccare o mettere in allerta su richieste verso cloudlanecdn[.]com e cercare sugli endpoint il file logAzure.txt.Monitoraggio Graph API e audit di calendario. Con Microsoft Sentinel o Defender Advanced Hunting è possibile costruire una query che cerchi eventi di calendario creati da un’applicazione (non da un utente interattivo) con oggetto sospetto o data anomala:CloudAppEvents | where Application == "Microsoft Exchange Online" | where ActionType in ("New item created.", "New-CalendarItem") | extend AppId = tostring(RawEventData.ClientAppId) | where isnotempty(AppId) | extend Subject = tostring(RawEventData.ItemSubject) | where Subject matches regex @"Event ID: |Boss\{.*\}ID\{.*\}" | project Timestamp, AccountDisplayName, AppId, Subject, RawEventDataRilevamento di DNS tunneling. Una query di partenza per individuare volumi anomali di query AAAA verso lo stesso dominio, con sottodomini ad alta entropia:DnsEvents | where QueryType == "AAAA" | extend RootDomain = strcat(split(Name, ".")[-2], ".", split(Name, ".")[-1]) | summarize QueryCount = count(), DistinctSubdomains = dcount(Name) by Computer, RootDomain | where QueryCount > 200 and DistinctSubdomains > 100 | order by QueryCount descIrrigidire l’identità cloud. Applicare Conditional Access con restrizioni sulle app registrate che usano client-credentials flow, generare alert sulla creazione di nuovi client secret e ruotare periodicamente le credenziali applicative — HOLLOWGRAPH dipende interamente da un set di credenziali Entra ID statiche incorporate nel binario: se quelle credenziali vengono revocate o ruotate, il canale Graph smette di funzionare finché l’attaccante non le rinnova via DNS tunneling, un’operazione che a sua volta genera telemetria rilevabile.ConclusioneHOLLOWGRAPH non introduce tecniche crittografiche nuove né exploit in Microsoft Graph: il suo valore per l’attaccante sta tutto nel mimetismo. Per i team che gestiscono tenant Microsoft 365, il takeaway pratico non è “bloccare Graph API” — impossibile in qualunque organizzazione moderna — ma spostare parte della detection dal perimetro di rete alla telemetria applicativa: audit log di Exchange Online, anomalie nei permessi delle app registrate, e DNS analytics capace di guardare oltre i soliti record A/TXT. È un promemoria che vale la pena avere in mente ogni volta che si progetta un controllo di sicurezza basato solo sulla reputazione del dominio di destinazione.Fonte: Group-IB Threat Intelligence, “HOLLOWGRAPH: Turning Microsoft 365 Calendars into Covert Command-and-Control Channels” e Petri IT Knowledgebase.
  • 0 Votazioni
    1 Post
    0 Visualizzazioni
    blog@spcnet.itB
    Se la vostra organizzazione ha già spostato la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti su Microsoft 365, Intune e Microsoft Entra ID, è lecito chiedersi perché esista ancora un Domain Controller che gira in produzione. La risposta più comune è “così abbiamo sempre fatto”, ed è esattamente la definizione di debito tecnico: un’infrastruttura che continua a costare in manutenzione, superficie di attacco e complessità operativa senza generare più un valore proporzionato. L’identità ibrida, con Entra Connect che sincronizza un Active Directory locale verso il cloud, è diventata per molte aziende proprio questo tipo di debito.Non si tratta di demonizzare l’ibrido: per organizzazioni con applicazioni legacy pesantemente dipendenti da NTLM, LDAP o Kerberos, mantenere un ponte con l’on-premise è spesso l’unica scelta razionale. Il punto è che la decisione va presa consapevolmente, dopo un inventario reale delle dipendenze, e non per inerzia.Perché il cloud-only conviene, quando è applicabilePer un’organizzazione che gira già prevalentemente su Entra ID, Microsoft 365 e client Windows moderni, il modello cloud-only centralizza la gestione IT e accelera l’accesso a nuove funzionalità di sicurezza che spesso arrivano prima, o esclusivamente, sui tenant che non dipendono più da sincronizzazione ibrida. I vantaggi concreti che spingono in questa direzione sono quattro:Riduzione del carico operativo: patching, alta disponibilità e scalabilità dei Domain Controller passano al provider cloud.Postura di sicurezza migliore: funzionalità come Conditional Access granulare, Identity Protection e governance degli accessi privilegiati sono nativamente più semplici da applicare senza il vincolo di compatibilità con AD locale.Costi più prevedibili: si eliminano hardware ridondante, licenze Windows Server per i DC e il tempo ingegneristico dedicato a mantenerli in salute.Velocità di adozione: nuove capacità (passkey, agenti AI con identità propria, automazioni Conditional Access) arrivano più rapidamente su tenant che non devono conciliarsi con un’infrastruttura ibrida.L’errore più comune: migrare l’infrastruttura prima di validare le dipendenzeIl fallimento tipico di un progetto cloud-only non è tecnico, è di sequenza: i team iniziano a spegnere server e migrare workload prima di aver mappato davvero cosa dipende ancora da Active Directory. Un approccio più solido segue queste fasi.1. Mappare i carichi di lavoro che bloccano il cloud-onlyPartite da un audit completo di infrastruttura, applicazioni, dati e dipendenze. Non fermatevi alla lista delle VM: cercate esplicitamente le dipendenze che raramente compaiono nei piani di migrazione di alto livello, perché sono quelle che tengono in vita Entra Connect molto più a lungo del necessario:Applicazioni che richiedono ancora query LDAP diretteService account legacy non documentatiApplicazioni con autenticazione NTLM hard-codedImpostazioni di Group Policy che nessuno ha mai rivistoServizi certificati (ADCS) che presuppongono un Domain Controller sempre raggiungibile2. Definire l’architettura cloud che volete davvero gestireStabilite obiettivi chiari su performance, disponibilità, sicurezza e compliance prima di scegliere gli strumenti. Decidete se una strategia single-cloud o multi-cloud è coerente con la vostra tolleranza al rischio e con le competenze del team, non solo con il marketing del vendor.3. Modernizzare l’identità prima di spegnere Active DirectoryQui sta il cuore del progetto. Rivedere la strategia IAM significa garantire autenticazione robusta, accesso a privilegio minimo e protezione dell’identità sfruttando gli strumenti nativi di Entra ID per unificare la gestione utenti su tutti i servizi, invece di replicare in cloud le stesse logiche pensate per un dominio locale.4. Ridisegnare la connettività attorno all’accesso cloud, non al data centerMolte architetture di rete sono ancora progettate assumendo che il traffico debba passare da un data center centrale. Un modello cloud-only ribalta la logica: la connettività va progettata per l’accesso diretto ai servizi cloud, sfruttando le backbone dei provider e i servizi di sicurezza integrati, sia per utenti in ufficio sia da remoto.5. Trattare le applicazioni legacy come il vero collo di bottigliaFile share, servizi di stampa, applicazioni gestionali interne e integrazioni con piattaforme di terze parti datate sono i blocchi reali dei progetti cloud-only, molto più della migrazione di VM o storage. Un’applicazione finance che si aspetta autenticazione Windows integrata, un sistema di magazzino che dipende da query LDAP o una file share con permessi ereditati da anni possono rallentare il progetto più di qualunque altro fattore. Per ciascuna, valutate lift-and-shift, refactoring o riscrittura in base a complessità e valore strategico.6. Ricostruire la governance per un modello operativo cloud-firstAggiornate le policy per riflettere una postura cloud-first, automatizzate il reporting di compliance e sfruttate strumenti di sicurezza nativi cloud per cifratura, rilevamento minacce e incident response, invece di adattare policy pensate per l’on-premise.7. Preparare il team IT al cambio operativoInvestite nella formazione sulle competenze cloud-specifiche, comunicate i cambiamenti con chiarezza e create canali di supporto e feedback per intercettare problemi prima che diventino bloccanti.Cosa si rompe per primo in una migrazione cloud-onlyAnche con una pianificazione accurata, alcuni punti critici emergono quasi sempre:Dipendenze nascoste da Active Directory: connessioni LDAP hard-coded, service account non gestiti, applicazioni dipendenti da NTLM o flussi di autenticazione mai documentati. Vanno inventariati prima di ritirare i Domain Controller o disattivare la sincronizzazione.Blocchi operativi da Conditional Access e MFA: l’enforcement di Conditional Access e multi-factor authentication migliora la sicurezza, ma una sequenza sbagliata può bloccare fuori gli amministratori o interrompere l’accesso a servizi critici. Testate sempre account di emergenza, opzioni di rollback e flussi di accesso privilegiato prima di un enforcement ampio.Resistenza culturale: il cambiamento comporta rischio percepito; serve chiarezza sui benefici e sui nuovi ruoli per ridurre lo scetticismo dei team.Interruzioni di servizio: pianificate la migrazione a fasi, con pilot e backup, per minimizzare l’impatto sul business.Il test pratico per capire quanto siete lontani dal cloud-onlySe la vostra organizzazione ha già adottato Microsoft 365, Intune ed Entra ID per la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti, l’identità ibrida va trattata come debito tecnico, a meno che non abbiate una ragione precisa e documentata per mantenerla. Prima di pianificare una migrazione cloud-only, identificate ogni dipendenza residua da Active Directory: se la maggior parte supporta già l’autenticazione moderna, probabilmente siete più vicini al cloud-only di quanto pensiate.Per i sistemisti che gestiscono ambienti Microsoft, il consiglio pratico è iniziare da un inventario mirato: interrogate Entra Connect per capire quali oggetti sincronizzati sono ancora effettivamente in uso, verificate quali applicazioni autenticano ancora tramite Kerberos/NTLM controllando i log di sicurezza dei Domain Controller, e mappate le Group Policy applicate per capire quali impostazioni di sicurezza andranno ricreate tramite Intune prima di spegnere l’ultimo controller di dominio.ConclusioneLa migrazione a cloud-only non è un progetto infrastrutturale, è un progetto di identità. Le organizzazioni che falliscono di solito partono dal lato sbagliato del problema, migrando VM e storage prima di aver capito cosa dipende ancora da un dominio Active Directory che nessuno ha mai documentato del tutto. Chi parte invece dall’inventario delle dipendenze di identità, tratta l’ibrido come uno stato temporaneo e non come un’architettura permanente, arriva a un ambiente più semplice da gestire, più sicuro per costruzione e meno costoso da mantenere nel tempo.Fonte: Why Hybrid Identity Becomes Technical Debt and How to Move to Cloud-Only, Petri IT Knowledgebase (Dean Ellerby).
  • 0 Votazioni
    1 Post
    0 Visualizzazioni
    blog@spcnet.itB
    Il 13 luglio 2026 Microsoft ha annunciato un cambiamento che riguarda praticamente ogni amministratore Entra ID: a partire da settembre, le passkey diventeranno il metodo di autenticazione predefinito per i nuovi accessi, mentre SMS e voce – i metodi di verifica più diffusi negli ultimi quindici anni – verranno progressivamente dismessi come servizio nativo, con ritiro definitivo fissato per il 1 febbraio 2027. Non è un annuncio isolato: è la formalizzazione di una traiettoria che Microsoft persegue da tempo, ma con date precise che ogni tenant dovrà rispettare, volenti o nolenti.Perché Microsoft accelera proprio oraLa motivazione dichiarata da Microsoft nel post ufficiale sul Security Blog non è generica. Il Microsoft Threat Intelligence ha osservato campagne di phishing assistite da AI con tassi di click-through fino al 54%, contro il circa 12% delle campagne tradizionali. A questo si aggiunge la crescente accessibilità di tecniche come il SIM swapping e il bypass dell’autenticazione multifattore, che rendono SMS e voce – entrambi basati su segreti condivisi trasmessi su canali intercettabili – sempre meno affidabili come secondo fattore. Le passkey, basate su crittografia a chiave pubblica anziché su segreti condivisi, sono phishing-resistant per costruzione: non esiste un codice da rubare o da far digitare su un sito civetta, perché la chiave privata non lascia mai il dispositivo dell’utente.Cosa cambia concretamente: la timelinePer pianificare la migrazione senza sorprese, questi sono i passaggi principali comunicati da Microsoft:1 settembre 2026 – Tutti gli utenti già abilitati per SMS o voce vengono automaticamente iscritti e sollecitati a registrare una passkey al successivo accesso con autenticazione multifattore.18 settembre 2026 – Microsoft pubblica i dettagli su provider di telecomunicazioni supportati, prezzi e condizioni commerciali per chi deve continuare a usare SMS/voce tramite terze parti.30 ottobre 2026 – Gli amministratori possono selezionare e configurare un provider telecom di terze parti tramite il Microsoft Security Store.1 febbraio 2027 – Microsoft ritira il servizio nativo di autenticazione SMS e voce in Entra ID. Da questa data, chi non ha configurato un provider terzo o una passkey dovrà necessariamente registrarne una prima di poter accedere: non è previsto alcun opt-out.Il punto da evidenziare per chi pianifica: l’auto-enrollment parte a settembre, ma la scadenza reale – quella che rompe l’accesso per chi non si è mosso – è a febbraio 2027. Sono circa sette mesi di finestra, che possono sembrare tanti ma si riducono rapidamente se il tenant ha migliaia di utenti, dispositivi eterogenei o processi di change management lenti.Quali tipi di passkey supporta Entra IDEntra ID distingue due famiglie di passkey, ed è una distinzione operativa rilevante per la policy da adottare:Passkey sincronizzate (synced): memorizzate in un gestore di credenziali a livello di piattaforma e sincronizzate tra i dispositivi dell’utente, ad esempio tramite iCloud Keychain o Google Password Manager. Comode per utenti finali, ma con un livello di attestazione hardware inferiore.Passkey vincolate al dispositivo (device-bound): legate a un singolo dispositivo o chiave fisica, ad esempio le passkey di Microsoft Authenticator, le Entra passkey su Windows (basate su Windows Hello for Business) e le chiavi di sicurezza FIDO2 hardware. Offrono garanzie di attestazione più solide, adatte a account amministrativi o a scenari con requisiti di compliance stringenti.Le passkey FIDO2 sono disponibili in tutte le edizioni di Entra ID, inclusa quella Free, senza licenze aggiuntive: un dettaglio non scontato che elimina l’alibi del costo per rimandare l’adozione.Come prepararsi: guida pratica per amministratori1. Mappa chi usa ancora SMS o voceIl primo passo è puramente ricognitivo: individuare quali utenti o gruppi sono ancora configurati su SMS o voce come metodo di autenticazione. Con Microsoft Graph PowerShell:# Connessione a Microsoft Graph con i permessi necessari Connect-MgGraph -Scopes "UserAuthenticationMethod.Read.All","Policy.Read.All" # Elenca gli utenti con metodo di autenticazione telefonico configurato $users = Get-MgUser -All -Property Id, DisplayName, UserPrincipalName foreach ($u in $users) { $methods = Get-MgUserAuthenticationPhoneMethod -UserId $u.Id -ErrorAction SilentlyContinue if ($methods) { [PSCustomObject]@{ User = $u.UserPrincipalName Phone = ($methods.PhoneNumber -join ", ") } } }2. Configura i passkey profileDa qualche mese Entra ID supporta i passkey profile, che permettono configurazioni granulari per gruppo anziché un’unica impostazione a livello di tenant: puoi definire requisiti di attestazione, tipo di passkey ammesso (device-bound vs synced) e restrizioni per AAGUID (l’identificativo del modello di authenticator) differenziando, ad esempio, gli amministratori – per cui puoi imporre solo chiavi FIDO2 hardware con attestazione verificata – dal resto del personale, per cui le passkey sincronizzate sono sufficienti. La configurazione si effettua da Entra admin center > Protection > Authentication methods > Passkey (FIDO2), oppure via Graph API sull’endpoint /policies/authenticationMethodsPolicy/authenticationMethodConfigurations/Fido2.3. Attiva una registration campaignPer portare gli utenti alla registrazione senza dover organizzare sessioni di onboarding manuali, Entra ID offre le registration campaign: durante un normale accesso MFA, l’utente viene invitato a registrare una passkey in modo contestuale. Si abilitano da Authentication methods > Registration campaign, specificando quale metodo promuovere (in questo caso, passkey) e per quali gruppi.4. Valuta l’enforcement con Conditional AccessPer i ruoli più sensibili, non basta rendere le passkey disponibili: conviene richiederle esplicitamente. Le authentication strength policy di Conditional Access permettono di imporre l’uso di metodi phishing-resistant (passkey, FIDO2, Windows Hello for Business) per l’accesso a risorse critiche, indipendentemente dal fatto che l’utente abbia ancora SMS configurato come fallback.5. Se devi mantenere SMS o voce per obblighi regolatoriNon tutti i contesti possono abbandonare SMS/voce immediatamente per vincoli normativi o tecnici (ad esempio utenti privi di smartphone aziendale). In questo caso, il percorso è: documentare i segmenti di utenti interessati, attendere l’apertura del catalogo provider il 18 settembre, configurare un provider supportato tramite il Microsoft Security Store dal 30 ottobre, e testare la configurazione su un gruppo pilota prima del rollout esteso.ConclusioneLa transizione a passkey-by-default non è una feature opzionale da valutare con calma: ha una data di rottura precisa, il 1 febbraio 2027, dopo la quale gli utenti ancora legati a SMS o voce senza un provider terzo configurato saranno bloccati in accesso finché non registrano una passkey. Per i team IT il consiglio pratico è iniziare subito con la ricognizione degli utenti a rischio e l’attivazione di una registration campaign pilota, così da arrivare a settembre con un processo già collaudato invece di gestire l’auto-enrollment massivo come un’emergenza.Fonte: Microsoft Security Blog – Microsoft Entra ID security updates: Passkeys are the default authentication method in Entra ID