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    blog@spcnet.itB
    Il problema delle Throughput Unit staticheChi ha già lavorato con Azure Event Grid Namespaces conosce bene il concetto di Throughput Unit (TU): ogni TU definisce una capacità fissa di ingress/egress per gli eventi, di publish MQTT e di connessioni client MQTT. Fino ad oggi, il numero di TU andava impostato in fase di creazione del namespace e poi regolato manualmente ogni volta che il pattern di traffico cambiava — tipicamente sovradimensionando “per sicurezza” durante i picchi, con conseguente spreco di capacità (e di budget) nei periodi di bassa attività.Microsoft ha da poco introdotto in public preview la funzionalità Autoscale per Event Grid Namespaces (tier Standard), che elimina questa gestione manuale: il servizio monitora il carico e regola automaticamente le TU tra un minimo e un massimo configurati dall’amministratore.Come funziona AutoscaleIl funzionamento è deliberatamente semplice, in linea con la filosofia “meno configurazione, più automazione” che Azure sta applicando a diversi servizi PaaS. Event Grid valuta continuamente l’utilizzo su quattro categorie:Event ingress: tasso di eventi in ingresso sui namespace topic HTTP.Event egress: tasso di eventi in uscita verso i sottoscrittori.MQTT publish rate (inbound/outbound): frequenza dei messaggi pubblicati e ricevuti sul broker MQTT.MQTT client count: numero di client MQTT registrati e connessi.Quando una qualunque di queste metriche supera la soglia di scale-up, il servizio aggiunge automaticamente Throughput Unit. Quando tutte le categorie scendono sotto la soglia di scale-down, le TU in eccesso vengono rilasciate. L’amministratore non definisce policy o soglie personalizzate: si limita a impostare i limiti minimo e massimo di TU, e Event Grid gestisce internamente le decisioni di scaling.Un richiamo ai concetti di namespacePer chi non ha ancora familiarità con il modello a namespace di Event Grid (distinto dai topic “classici” di Event Grid Basic), vale la pena ricordare la struttura:Un namespace è un contenitore di gestione che espone un FQDN unico e due endpoint: uno HTTP per i namespace topic, uno MQTT per scenari IoT.I namespace topic supportano sia la pull delivery (il consumer si collega ed estrae i messaggi con semantica queue-like) sia la push delivery (attualmente verso Event Hubs come destinazione).Gli eventi pubblicati devono rispettare lo standard CloudEvents 1.0 del CNCF, con binding HTTP e formato JSON.Autoscale agisce a livello di namespace, quindi tutte le risorse contenute (topic, topic space MQTT, client, client group) beneficiano della stessa capacità elastica senza bisogno di scaling indipendente per ciascuna.Abilitare Autoscale: portale, ARM e REST APILa funzionalità, essendo in preview, va abilitata esplicitamente. Dal portale Azure basta aprire il namespace Event Grid, andare nella sezione di configurazione della capacità e attivare l’opzione Autoscale specificando TU minime e massime.Per chi gestisce l’infrastruttura as code, lo stesso risultato si ottiene via ARM template (o Bicep) impostando le proprietà di scaling sulla risorsa del namespace:{
 "type": "Microsoft.EventGrid/namespaces",
 "apiVersion": "2025-04-01-preview",
 "name": "ns-iot-produzione",
 "location": "westeurope",
 "sku": {
 "name": "Standard",
 "capacity": 4
 },
 "properties": {
 "isZoneRedundant": true,
 "topicsConfiguration": {},
 "publicNetworkAccess": "Enabled",
 "topicSpacesConfiguration": {
 "state": "Enabled"
 }
 }
}Nota: al momento della stesura la configurazione fine di Autoscale (min/max TU) va completata tramite portale o REST API dedicata, poiché lo schema ARM per questa preview è ancora in evoluzione — vale la pena controllare la pagina di supporto ufficiale prima di automatizzare il deployment in pipeline CI/CD.Via REST API, la capacità del namespace si legge e modifica sulla stessa risorsa esposta dall’API di gestione di Event Grid:GET https://management.azure.com/subscriptions/{subId}/resourceGroups/{rg}/providers/Microsoft.EventGrid/namespaces/{namespaceName}?api-version=2025-04-01-previewQuando ha senso usarloAutoscale è pensato in particolare per due categorie di carico che chi lavora con architetture event-driven conosce bene:Workload IoT con MQTT: il numero di dispositivi connessi e il fan-out delle sottoscrizioni possono variare rapidamente (pensiamo a una flotta di sensori che si riattiva tutta insieme dopo un’interruzione di rete). Dimensionare le TU staticamente per il picco significa pagare capacità inutilizzata per la maggior parte del tempo.Event broker con traffico “a burst”: pipeline di ingestion che ricevono ondate di eventi correlate a batch job, deployment, o processi di business con picchi orari/giornalieri (fine mese, chiusura contabile, campagne marketing).Per i .NET developer che costruiscono microservizi basati su eventi, questo significa poter progettare la sottoscrizione a namespace topic senza dover stimare a priori il traffico di picco con lo stesso margine di sicurezza richiesto finora — riducendo sia il rischio di throttling sotto carico sia i costi nei periodi di quiete.ConclusioneAutoscale per Event Grid Namespaces arriva in un’area, il messaging event-driven, dove il dimensionamento manuale è da sempre un compromesso scomodo tra costo e resilienza. Essendo ancora in public preview, prima di adottarlo su workload di produzione critici vale la pena testarlo su un namespace non critico, verificando i tempi di reazione dello scaling automatico sotto carico reale e monitorando le metriche di throttling durante la fase di transizione tra un livello di TU e l’altro.Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure Event Grid Namespaces Add Autoscale for Dynamic Messaging Workloads; concetti tecnici da Microsoft Learn – Concepts for Event Grid namespace topics
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    blog@spcnet.itB
    Se la vostra organizzazione ha già spostato la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti su Microsoft 365, Intune e Microsoft Entra ID, è lecito chiedersi perché esista ancora un Domain Controller che gira in produzione. La risposta più comune è “così abbiamo sempre fatto”, ed è esattamente la definizione di debito tecnico: un’infrastruttura che continua a costare in manutenzione, superficie di attacco e complessità operativa senza generare più un valore proporzionato. L’identità ibrida, con Entra Connect che sincronizza un Active Directory locale verso il cloud, è diventata per molte aziende proprio questo tipo di debito.Non si tratta di demonizzare l’ibrido: per organizzazioni con applicazioni legacy pesantemente dipendenti da NTLM, LDAP o Kerberos, mantenere un ponte con l’on-premise è spesso l’unica scelta razionale. Il punto è che la decisione va presa consapevolmente, dopo un inventario reale delle dipendenze, e non per inerzia.Perché il cloud-only conviene, quando è applicabilePer un’organizzazione che gira già prevalentemente su Entra ID, Microsoft 365 e client Windows moderni, il modello cloud-only centralizza la gestione IT e accelera l’accesso a nuove funzionalità di sicurezza che spesso arrivano prima, o esclusivamente, sui tenant che non dipendono più da sincronizzazione ibrida. I vantaggi concreti che spingono in questa direzione sono quattro:Riduzione del carico operativo: patching, alta disponibilità e scalabilità dei Domain Controller passano al provider cloud.Postura di sicurezza migliore: funzionalità come Conditional Access granulare, Identity Protection e governance degli accessi privilegiati sono nativamente più semplici da applicare senza il vincolo di compatibilità con AD locale.Costi più prevedibili: si eliminano hardware ridondante, licenze Windows Server per i DC e il tempo ingegneristico dedicato a mantenerli in salute.Velocità di adozione: nuove capacità (passkey, agenti AI con identità propria, automazioni Conditional Access) arrivano più rapidamente su tenant che non devono conciliarsi con un’infrastruttura ibrida.L’errore più comune: migrare l’infrastruttura prima di validare le dipendenzeIl fallimento tipico di un progetto cloud-only non è tecnico, è di sequenza: i team iniziano a spegnere server e migrare workload prima di aver mappato davvero cosa dipende ancora da Active Directory. Un approccio più solido segue queste fasi.1. Mappare i carichi di lavoro che bloccano il cloud-onlyPartite da un audit completo di infrastruttura, applicazioni, dati e dipendenze. Non fermatevi alla lista delle VM: cercate esplicitamente le dipendenze che raramente compaiono nei piani di migrazione di alto livello, perché sono quelle che tengono in vita Entra Connect molto più a lungo del necessario:Applicazioni che richiedono ancora query LDAP diretteService account legacy non documentatiApplicazioni con autenticazione NTLM hard-codedImpostazioni di Group Policy che nessuno ha mai rivistoServizi certificati (ADCS) che presuppongono un Domain Controller sempre raggiungibile2. Definire l’architettura cloud che volete davvero gestireStabilite obiettivi chiari su performance, disponibilità, sicurezza e compliance prima di scegliere gli strumenti. Decidete se una strategia single-cloud o multi-cloud è coerente con la vostra tolleranza al rischio e con le competenze del team, non solo con il marketing del vendor.3. Modernizzare l’identità prima di spegnere Active DirectoryQui sta il cuore del progetto. Rivedere la strategia IAM significa garantire autenticazione robusta, accesso a privilegio minimo e protezione dell’identità sfruttando gli strumenti nativi di Entra ID per unificare la gestione utenti su tutti i servizi, invece di replicare in cloud le stesse logiche pensate per un dominio locale.4. Ridisegnare la connettività attorno all’accesso cloud, non al data centerMolte architetture di rete sono ancora progettate assumendo che il traffico debba passare da un data center centrale. Un modello cloud-only ribalta la logica: la connettività va progettata per l’accesso diretto ai servizi cloud, sfruttando le backbone dei provider e i servizi di sicurezza integrati, sia per utenti in ufficio sia da remoto.5. Trattare le applicazioni legacy come il vero collo di bottigliaFile share, servizi di stampa, applicazioni gestionali interne e integrazioni con piattaforme di terze parti datate sono i blocchi reali dei progetti cloud-only, molto più della migrazione di VM o storage. Un’applicazione finance che si aspetta autenticazione Windows integrata, un sistema di magazzino che dipende da query LDAP o una file share con permessi ereditati da anni possono rallentare il progetto più di qualunque altro fattore. Per ciascuna, valutate lift-and-shift, refactoring o riscrittura in base a complessità e valore strategico.6. Ricostruire la governance per un modello operativo cloud-firstAggiornate le policy per riflettere una postura cloud-first, automatizzate il reporting di compliance e sfruttate strumenti di sicurezza nativi cloud per cifratura, rilevamento minacce e incident response, invece di adattare policy pensate per l’on-premise.7. Preparare il team IT al cambio operativoInvestite nella formazione sulle competenze cloud-specifiche, comunicate i cambiamenti con chiarezza e create canali di supporto e feedback per intercettare problemi prima che diventino bloccanti.Cosa si rompe per primo in una migrazione cloud-onlyAnche con una pianificazione accurata, alcuni punti critici emergono quasi sempre:Dipendenze nascoste da Active Directory: connessioni LDAP hard-coded, service account non gestiti, applicazioni dipendenti da NTLM o flussi di autenticazione mai documentati. Vanno inventariati prima di ritirare i Domain Controller o disattivare la sincronizzazione.Blocchi operativi da Conditional Access e MFA: l’enforcement di Conditional Access e multi-factor authentication migliora la sicurezza, ma una sequenza sbagliata può bloccare fuori gli amministratori o interrompere l’accesso a servizi critici. Testate sempre account di emergenza, opzioni di rollback e flussi di accesso privilegiato prima di un enforcement ampio.Resistenza culturale: il cambiamento comporta rischio percepito; serve chiarezza sui benefici e sui nuovi ruoli per ridurre lo scetticismo dei team.Interruzioni di servizio: pianificate la migrazione a fasi, con pilot e backup, per minimizzare l’impatto sul business.Il test pratico per capire quanto siete lontani dal cloud-onlySe la vostra organizzazione ha già adottato Microsoft 365, Intune ed Entra ID per la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti, l’identità ibrida va trattata come debito tecnico, a meno che non abbiate una ragione precisa e documentata per mantenerla. Prima di pianificare una migrazione cloud-only, identificate ogni dipendenza residua da Active Directory: se la maggior parte supporta già l’autenticazione moderna, probabilmente siete più vicini al cloud-only di quanto pensiate.Per i sistemisti che gestiscono ambienti Microsoft, il consiglio pratico è iniziare da un inventario mirato: interrogate Entra Connect per capire quali oggetti sincronizzati sono ancora effettivamente in uso, verificate quali applicazioni autenticano ancora tramite Kerberos/NTLM controllando i log di sicurezza dei Domain Controller, e mappate le Group Policy applicate per capire quali impostazioni di sicurezza andranno ricreate tramite Intune prima di spegnere l’ultimo controller di dominio.ConclusioneLa migrazione a cloud-only non è un progetto infrastrutturale, è un progetto di identità. Le organizzazioni che falliscono di solito partono dal lato sbagliato del problema, migrando VM e storage prima di aver capito cosa dipende ancora da un dominio Active Directory che nessuno ha mai documentato del tutto. Chi parte invece dall’inventario delle dipendenze di identità, tratta l’ibrido come uno stato temporaneo e non come un’architettura permanente, arriva a un ambiente più semplice da gestire, più sicuro per costruzione e meno costoso da mantenere nel tempo.Fonte: Why Hybrid Identity Becomes Technical Debt and How to Move to Cloud-Only, Petri IT Knowledgebase (Dean Ellerby).